Minoranze silenziose – La mela bacata

"Ceci n’est pas une pomme" di Rene Magritte

E’ morto Steve Jobs, pace all’anima sua. Adesso che l’abbiamo seppellito, possiamo finalmente dire due-parole-due poco retoriche  e molto realistiche? “Falso mito”, “molto furbo”, “gran comunicatore”?

Avete letto il famoso post di Antonio Menna “Se Steve fosse nato in provincia di Napoli“? Adesso leggetevi un articoletto breve e sincero comparso sul Misfatto (l’inserto domenicale umoristico de Il Fatto Quotidiano) del 16 ottobre 2011. L’articolo non è affatto umoristico, semmai un pò amaro però dice in due parole quello che opinionisti di tutto il mondo non sono riusciti a capire (io avevo tentato invano di farlo col mio “Quelli che l’iPod non gli suona“). Incredibilmente non compare sul sito web del Fatto, ma ho evitato di scannerizzarlo e OCRizzarlo grazie al blog TommyGun, che ha avuto la mia stessa idea.

Morte di un connesso Venditore

di Andrea Garello

Chiediamo scusa a chi si è stufato di leggere di Steve Jobs, ma mettetevi nei nostri panni, anche noi vogliamo ringraziare l’uomo che ha visto quanto deprimente sarebbe stato il nostro futuro e ha capito che per renderlo migliore bastava farci fessi.

Di grandi intuizioni ne ha avute parecchie, il grande Steve, la maggior parte delle quali riguardavano il miglioramento e il restyling di prodotti già inventati da altri. Fino a qui niente di nuovo, in fondo.

Il suo vero colpo di genio, da ex fricchettone convertito al rampantismo reaganiano anni ’80, fu capire che le masse, soprattutto quelle benestanti e benpensanti, si erano perse gli ideali per strada ed erano pronte a pagare per averne di nuovi, in forma solida, da sbattere in faccia agli sfigati che non potevano permetterseli, gli ideali.

Dal suo ritorno alla Apple nel 1996, dopo le vicissitudini ormai note ai più, Steve smette di vendere elettronica di consumo a basso costo puntando sugli status symbol, cioè gli stessi prodotti ma molto più cari e intonati agli arredamenti minimali di Ikea. Per merito di Steve, chi sborsa bei soldi per un prodotto Apple non è più un consumatore, bensì il membro di una élite raffinata che ha a cuore l’ambiente, le minoranze etniche e un po’ meno gli schiavi che in Cina lavorano dalle dieci alle quattordici ore al giorno per riempire milioni di vuoti esistenziali con touch screen ad alta definizione.

Illuminati da Steve ci siamo finalmente resi conto che per cambiare il mondo basta renderlo più elegante e arrotondato. Grazie a Steve, il software open source è diventato una cosa da nerd squattrinati (tipo Linus Torvalds, ispiratore del sistema Linux, affidabile e gratuito, un perdente senza al suo attivo qualche miliardo di dollari e qualche centinaia di copertine). Oggi i tipi cool preferiscono pagare per un sistema chiuso che rifiuta le applicazioni di concorrenti non graditi (Bill Gates fece lo stesso e divenne l’incarnazione umana del male assoluto. Cosa molto giusta, dal momento che vestiva da schifo).

Nel nome di Steve ora il marketing è un ramo della teologia. E lui, un capitalista americano votato al profitto, santo per acclamazione popolare. A proposito: dieci giorni prima di Steve, il 28 Settembre, è morto Wilson Greatbatch, inventore del pacemaker. Per lui niente trasmissioni speciali, niente apologie di Severgnini. Si può anche capire, in fondo Greatbatch non ha mica visto il futuro, è solo riuscito a farlo vivere a un milione di cardiopatici condannati a morte. Eppure un po’ di considerazione l’avrebbe meritata, se non altro perché qualcuno dei suoi pazienti ha potuto comprarsi un iPhone.

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